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La scommessa del bar Sport - choetmoa.m.t.hich - 06-10-2026 Lavoro in un’officina meccanica. Freni, ammortizzatori, olio che ti si incastra sotto le unghie e non lo togli più. Siamo in quattro: io, Marco, il vecchio Sergio e il capo che si chiama Franco ma tutti lo chiamano “Il Grillo” perché non sta mai fermo. L’ambiente è greve, tra bestemmie e battute pesanti. Ma è casa. Una sera, dopo l’orario di chiusura, eravamo al bar Sport, quello dietro la rotonda. Birra media e patatine. Marco tira fuori il telefono e dice: “Ragazzi, guardate qua”. Mostra una schermata di un gioco. Ha vinto centoventi euro. “Roba da niente”, fa lui. Ma il vecchio Sergio, che è uno che i soldi li conta due volte prima di spenderli, sbuffa. “Fuffa. Tutte fuffa. Quei siti sono mangiasoldi”. E lì scatta la scintilla. “Ti scommetto”, dico io a Sergio, “che riesco a far diventare cinquanta euro più di quello che hai in tasca adesso, prima che finisca la partita della Juve”. Sergio tira fuori il portafoglio. Ha novanta euro. Me li sventola davanti. “Fai meglio di così e ti offro la birra per un mese”. Marco fissa il telefono. Io lo fisso. Il Grillo si sbuccia una nocciolina. Apro il mio account su casino vavada. Non è la prima volta che ci gioco, ma non sono nemmeno un frequentatore. Ogni tanto, quando la noia del divano si fa pesante, faccio un paio di spin. A volte vinco un caffè, a volte perdo il prezzo del giornale. Roba da poco. Ma quella sera è diverso. C’è un pubblico. C’è la posta in gioco. E c’è la mia dignità di meccanico di trentacinque anni con le mani sporche di grasso e l’orgoglio più grosso di un’asta dello sterzo. Ricargo cinquanta euro. Il Grillo si avvicina. “Non fare stupidate”, mormora. Ma i suoi occhi dicono “falle, così rido”. Scelgo una slot a tema anni Ottanta. Neon, synthwave, una ragazza con gli occhiali da sole e i capelli cotonati. Non so perché, ma mi dà fiducia. Forse perché quando ero piccolo mio padre ascoltava musica di quel periodo. Forse perché il design è così pacchiano che non puoi prenderlo sul serio. E forse è proprio quello il trucco: non prenderlo sul serio. Inizio con puntate basse. Venticinque centesimi a giro. Sergio guarda il telefono, poi l’orologio, poi la televisione del bar dove stanno facendo gli ultimi minuti di riscaldamento. “Inizia a muoverti”, dice. “La partita tra poco comincia”. Vinco sette euro. Poi ne perdo quattro. Poi ne vinco dodici. Il conto sale lentamente, come un cric che solleva una macchina: piano, ma sicuro. Il Grillo smette di mangiare noccioline. Marco fischietta. Sergio inizia a mordere il labbro inferiore. È quello che volevo. Passo a puntate da un euro. Primo giro: perso. Secondo: perso. Terzo: vinto diciassette. Il totale arriva a sessantotto euro. “Stai lì”, dice Sergio. “Ritira e hai vinto la scommessa”. Ma io non voglio solo vincere la scommessa. Voglio che Sergio mi chiami “capo” per almeno una settimana. Alzo ancora. Puntate da due euro. La slot inizia a fare un rumore ipnotico. Un ticchettio metallico, tipo vecchio registratore di cassa. E poi il buio. Per un secondo lo schermo diventa nero. Penso “è finita, mi ha piantato”. Marco dice “oh, s’è rotto?”. Ma no. Non è rotto. È partita una funzione speciale. Una di quelle che non avevo mai visto dal vivo. Cinque giri gratis. Moltiplicatore progressivo. Il primo giro gratis: zero. Il secondo: zero. Sergio sorride. Ha già la mano sul boccale. Il terzo: escono tre simboli scudo. Il moltiplicatore schizza a x5. Vinco quaranta euro. Il conto vola a centootto. Il quarto giro gratis: combinazione. Altri cinquanta. Il quinto: il colpo. La combinazione piena. Lo schermo esplode in fuochi d’artificio pixelati, robaccia da anni Ottanta, ma meravigliosa. Settantacinque euro. Il totale finale: duecentotrentatre euro. Spalanco gli occhi. Marco spalanca gli occhi. Il Grillo ride forte, così forte che il barista si gira. Sergio è diventato verde, ma non di invidia. Di pura e semplice incredulità. “Non è possibile”, dice. “Hai avuto un culo…”. “Chiamalo come vuoi”, lo interrompo. “Ma la birra per un mese me la offri tu”. Ho ritirato tutto tranne trenta euro. Volevo lasciarli lì, come promemoria. Come quelle foto che tieni nel cassetto per ricordarti che un giorno sei stato felice. Ma poi ho pensato: “No, ritiro anche quelli”. E così ho fatto. Duecentotrentatre euro più i cinquanta iniziali che avevo già. Totale duecentottantatre. Da cinquanta a duecentottantatre in meno di venti minuti, davanti a un bancone di plastica e a un vecchio che ancora non si dà pace. La Juve ha vinto quella sera. Ma non me lo ricordo nemmeno. Quello che ricordo è la faccia di Sergio mentre pagava il primo giro di birre. “Alla faccia del fuffa”, gli ho detto. Lui ha alzato il bicchiere e ha brindato senza parlare. Il massimo della resa per uno come lui. Nei giorni successivi ho usato quei soldi per comprare un set nuovo di attrezzi. Chiavi dinamometriche, un paio di martelli da carrozziere, una cassetta di sicurezza per i cacciaviti piccoli. Roba che serviva da mesi ma che rimandavo sempre perché “tanto vanno bene anche questi”. Invece no. Quelli nuovi sono perfetti. Ogni volta che li prendo in mano, penso a quella sera al bar Sport. Non ho più giocato su casino vavada dopo quella notte. Non perché abbia paura. Ma perché certe storie vanno lasciate cosí: perfette, chiuse, con la coda di paglia ancora nell’aria. E poi, diciamocelo, ho ancora ventotto birre gratis da riscuotere. Non posso rovinare la striscia. Il Grillo ogni tanto mi chiede: “E se ci riproviamo?”. Io sorrido, guardo le mie mani pulite (per una volta) e rispondo: “Magari un’altra volta. Ma solo se c’è Sergio che guarda”. Perché la vera vittoria, alla fine, non sono i soldi. È la faccia di chi non ci credeva. Quella non la batte nessun moltiplicatore. |